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Il lumicino della ragione

Impensabile, lo scorso 31 dicembre, immaginare un anno così terribile.I romani utilizzarono l’espressione “annus horribilis” per definire il 69 dopo Cristo, contraddistinto da 12 mesi di guerra civile e dal susseguirsi di ben quattro imperatori.Bagatelle, in confronto al 2020.L’irrompere improvviso di un nuovo virus ha sconvolto le nostre vite.Dopo un’iniziale fase di superficiale sottovalutazione – ricorderete a febbraio il virologo di fiducia di Fazio parlare di “rischio zero” per l’Italia – questa tragedia si è progressivamente dipanata in un crescendo inarrestabile.Ottantatre milioni di casi nel mondo. Oltre due milioni in Italia, con settantacinque mila vittime.Un’economia devastata. Due milioni di famiglie sul baratro della povertà assoluta e una consistente fetta della classe media che sembra in ginocchio. Uno scivolamento di un milione e mezzo di famiglie della piccola borghesia verso l’indigenza.Ulteriori aggravamenti sono prevedibili con la cessazione dell’attuale blocco ai licenziamenti. Complicanze alle quali faranno seguito ipotizzabili problematiche di ordine pubblico. Tutti – in qualche modo – siamo stati colpiti da questa tragedia.In molti hanno perso i loro cari e comunque tutti siamo stati toccati dal lutto e dal dolore.Tutti siamo scesi nella notte di un cupo Ragnarok, in cui inimmaginabili forze oscure hanno scatenano la loro cieca furia.Ci hanno abbandonato figure care e molti progetti e sogni si sono frantumati quali fragili scialuppe sulle aguzze scogliere del dolore.Per questo non ho pubblicato alcun augurio per Natale. Dentro di me risuonava cantilenante il celebre verso di Quasimodo: “E come potevamo noi cantare…”.Ora ci attende un nuovo anno: un confuso coacervo di inestinguibili speranze e di rassegnate disillusioni.Un incerto cammino verso una nuova forma di lontana normalità. Il vecchio mondo è finito. Dobbiamo accettare la sfida di percorrere sentieri nuovi e percorsi sin qui inesplorati.Auspicando di ritrovare i valori che si impongano sulla sbandierata povertà morale che ha reso irrespirabile l’aria del nostro quotidiano.Invocando l’educazione che superi ogni volgarità e sconfigga il latrato insopportabile di un ormai tracotante egoismo.Dobbiamo abbandonare i vecchi e consunti stereotipi di appartenenza che accompagnavano i giorni, facendo dei nostri pensieri uno stucchevole echeggiare di ridondanti banalità. Affidiamoci al dubbio e abbracciamo la ragione che – come amava dire Norberto Bobbio – non è un lume ma soltanto un lumicino. Unico strumento, tuttavia, per procedere in mezzo alle tenebre.Perché la sobrietà del pensiero si imponga sulle grida stridule delle paure scomposte.Perché cessi alfine quel penoso riflettersi soltanto nei propri bisogni e che lo specchio che ci poniamo dinnanzi divenga limpido vetro per osservare il mondo.Perché il soffio tiepido della cultura vinca la tetra ignoranza, semenza perenne della prepotenza più cinica e della più vile violenza.Accatastiamo pure i nostri scatoloni di dolore e di nostalgia: altrimenti non potrebbe essere. Ma sediamoci su di essi con accanto una persona con la quale guardare al futuro ed alla quale prendere la mano, affinché il cuore vi si addormenti.Abbiate un barlume di fiducia. Non nella natura, che è dolce e affettuosa solo nei film di Disney. Non nell’uomo, capace dell’egoismo più atroce.Ma in un oscuro disegno tracciato per ciascuno di noi. Lo coglieremo strada facendo, amando e proteggendo. Rendendo degna la vita.E allora, di nuovo, ci scopriremo a respirare. Perché la fine, a volte, sa farsi nuovo inizio.

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Caddero in sette dinanzi a quel muro

28 dicembre del 1943. A Reggio Emilia era un’alba nebbiosa, nella quale stanche e perplesse volute di candida umidità si levavano dai campi per innalzarsi tremanti verso il cielo.

Quella mattina, alle sei e trenta, non appena la prima luce del mattino tentò di sfidare le persistenti ombre della notte, presso il Poligono di Tiro della città emiliana le milizie repubblichine fucilarono i sette fratelli Cervi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

Insieme a loro fu fucilato l’ex repubblichino, poi pentitosi, Quarto Camurri.

La famiglia Cervi era originaria della provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, nel 1920, lasciò la casa paterna per stabilirsi con la sua famiglia in un appezzamento di terreno a Olmo di Gattatico. Nel 1934, la famiglia si spostò definitivamente in un podere preso in affitto nel comune di Gattatico.

I Cervi erano riusciti a passare dalla conduzione in mezzadria a quella in affitto, lavorando secondo le proprie regole e non quelle imposte dal padrone.

La famiglia comprese infatti che per uscire dalla logica di sopravvivenza occorreva un’intelligente programmazione e l’utilizzo di più moderne tecnologie, insieme a tanto studio. I cervi si procurarono molti libri sull’apicoltura e la metodica per ottimizzare la crescita del frumento e dell’uva. Ma in famiglia si leggeva anche per piacere. La biblioteca casalinga aumentò di mese in mese, fino a dar vita a una circolante e gratuita.

In questa ottica i giovani della famiglia seguirono corsi di formazione professionale riguardanti il lavoro agricolo. Il simbolo di questa modernità si concretizzò nel trattore acquistato nel 1939. Nessuno aveva un trattore a quel tempo.

Per quanto attiene la sfera sociale i Cervi erano sempre stati antifascisti: innanzitutto il padre Alcide, sin da giovanissimo aderente al movimento che diventerà poi il Partito Popolare, così come la madre Genoeffa Cocconi, donna di profonda fede cattolica.

La famiglia, peraltro, era stata sempre in prima linea contro le ingiustizie. Il nonno, Agostino, fu uno dei capi della rivolta contro la tassa sul macinato, nel 1869.

Il 25 luglio 1943, alla sfiducia votata a Mussolini dai suoi stessi gerarchi, la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo una “pastasciuttata” a tutta la popolazione sull’aia della casa. Giunsero a mangiare i vicini, gli amici, e tutti gli abitanti dei paesi vicini. Nelle pentole vennero cotti dieci quintali di pasta. La popolarità dei Cervi aveva ormai superato i confini di Gattatico e, con l’arrivo dei nazisti in Emilia, la loro cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via dei monti, dove ebbero contatti con il parroco di Tapignola, Don Pasquino Borghi, ma capirono ben presto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata.

All’alba del 25 novembre 1943 un plotone di militi circondò l’edificio, incendiandolo, ed al termine i sette fratelli, dopo essersi arresi, vennero catturati e condotti al carcere politico dei “Servi”, a Reggio Emilia. Stessa sorte toccò al padre Alcide, che non volle abbandonarli. Insieme a loro furono arrestati Quarto Camurri, Dante Castellucci e il russo Anatolij Tarassov, oltre a 3 soldati alleati rifugiatisi nella casa: i sudafricani John David Bastiranse e John Peter De Freitas e l’irlandese Samuel Boone Conley.

La casa di famiglia venne completamente bruciata, con le donne e i bambini abbandonati in strada.

Papà Cervi non fu nemmeno informato quando i suoi figli vennero condannati a morte e fucilati al poligono di tiro di Reggio, all’alba del 28 dicembre 1943. Lo venne a sapere soltanto una volta tornato a casa dal carcere, quando la moglie Genoeffa gli riferì la tragica fine dei suoi ragazzi.

Fu un atto di una efferatezza incredibile, che passò alla storia.

E’ bene ricordare che, questa volta, il sanguinoso atto non è imputabile alle truppe di occupazione tedesche o alle famigerate SS. A sterminare la famiglia Cervi furono miliziani repubblichini italiani. Non solo connazionali, ma addirittura conterranei delle vittime. Infatti la fucilazione fu decisa a Reggio Emilia dalle locali autorità della Repubblica Sociale. Quando le autorità superiori della stessa RSI, a Brescia, ne furono informate rimasero contrariate dall’enormità del gesto. Accanto alla lista dei nomi trasmessa dalla città emiliana una mano aveva infatti evidenziato la propria perplessità, forse il proprio dissenso, appuntando la scritta “sette fratelli?” sottolineata di rosso. Pare sia stato lo stesso Mussolini.

A tanto può arrivare il fanatismo disgiunto dalla ragione e dai principi non negoziabili di umanità.

La madre, Genoeffa Cocconi, schiantata dal dolore, si spense per un infarto nell’autunno del 1944, lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide, marito e padre delle vittime. Per papà Cervi fu possibile riavere le spoglie dei sette figli soltanto diversi mesi dopo la Liberazione.

Davanti alla folla silenziosa che si radunò a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ebbe la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Alcide Cervi, nel 1954, ormai ottantenne, raccolse le sue memorie in un libro, con l’aiuto di Renato Nicolai: “I miei sette figli”. Raccontò la storia di una famiglia pluralista, composta di fedi diverse (cattolici, socialisti, comunisti) piena di forza, di passione, di senso della giustizia e di rispetto verso il prossimo. Valori semplici, “valori contadini”, come li definì lui, ma patrimonio di tutti, o quasi.

Alcide aveva 7 figli e 7 ne ha dati alla patria, altri ne avevano uno e quello hanno dato. “Non c’è differenza”, diceva. Morì a 94 anni il 27 marzo 1970, salutato ai suoi funerali da oltre 200.000 persone.

Piero Calamandrei, parlamentare socialista e giurista, scrisse un’epigrafe per il busto di Genoveffa Cocconi, madre dei sette fratelli Cervi, morta di dolore poco dopo la loro fucilazione. Il cippo fu collocato nella sala del consiglio del Comune di Campegine, a ricordare l’indescrivibile dolore che può aver provato una madre così duramente colpita.

Ecco il testo:

“Quando la sera tornavano dai campi

sette figli ed otto col padre

il suo sorriso attendeva sull’uscio

per annunciare che il desco era pronto.

Ma quando in un unico sparo

caddero in sette dinanzi a quel muro

la madre disse:

non vi rimprovero o figli

d’avermi dato tanto dolore;

l’avete fatto per un’idea,

perché mai più nel mondo altre madri

debban soffrire la stessa mia pena.

Ma che ci faccio qui sulla soglia

se più la sera non tornerete.

Il padre è forte e rincuora i nipoti:

dopo un raccolto ne viene un altro.

Ma io sono soltanto una mamma:

o figli cari,

vengo con voi”.

cultura

Beethoven: 250 anni dalla nascita

250 anni fa, il 16 dicembre 1770, nasceva a Bonn, in Germania, Ludwig Van Beethoven, probabilmente il più grande musicista di tutti i tempi.

Contemporaneo e lettore di Immanuel Kant, Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller, Beethoven ha incarnato la nuova figura del compositore moderno: con lui l’espressione dell’interiorità dell’artista e delle sue dolorose vicende esistenziali assume un nuovo rilievo. Col suo lavoro, inoltre, la nuova coscienza storica e morale che aderisce ai grandi ideali di libertà e giustizia emersi dalla Rivoluzione francese ha investito la creazione musicale. Nella potente novità della concezione della sua musica si avverte il passaggio epocale tra Settecento e Ottocento.

Nato a Bonn (Germania) il 16 dicembre 1770 Beethoven crebbe in un ambiente culturale e familiare tutt’altro che propizio. Il padre è tacciato dagli storici di esser stato un maldestro cantante ubriacone, capace solo di sperperare i pochi guadagni in grado di racimolare, e di spremere fino all’ossessione le capacità musicali di Ludwig, nella speranza di ricavarne un altro Mozart: espedienti di basso sfruttamento commerciale fortunatamente poco riusciti.

La madre, donna umile ma giudiziosa e onesta, appare segnata da una salute men che cagionevole. Ebbe sette figli, quattro dei quali morti prematuramente.

A nove anni Ludwig iniziò studi più regolari con Christian Neefe, organista di Corte, e a quattordici era già organista della Cappella del principe elettore. Poco dopo, polistrumentista come il fratello in musica Amadeus, suonò nell’orchestra del teatro.

Nel 1792 lasciò Bonn per recarsi nella più vivace Vienna, la città che più lo avrebbe apprezzato e in cui poi si sarebbe fermato per il resto della vita. Le sue capacità improvvisative, basate su aggressioni premeditate al finora esile pianoforte alternate a inaudite dolcezze, scioccarono l’uditorio.

Le sue opere, dapprima influenzate dai classici di sempre (Haydn, Mozart) ma già marchiate da soverchia personalità, poi sempre più audaci e innovative, scossero il pigro andazzo della vita artistica, seminando il panico estetico e gettando chi ha orecchie e cuore per intendere nei terribili abissi della coscienza.

Venne idolatrato dai nobili del tempo che facevano a gara per assicurargli vitalizi e vedersi omaggiati nei frontespizi delle opere. Ma Ludwig scrisse sempre musica secondo le sue esigenze espressive e mai secondo commissioni: in questo certamente primo artista della Storia.

Le ultime opere, scritte già in completa sordità, si fanno esoterici incunaboli per i compositori a venire.

Il 7 maggio 1824, a Vienna, Beethoven appare in pubblico per l’ultima volta, per l’audizione della sua celebre “Nona Sinfonia”. Fu un trionfo. Il pubblico proruppe in applausi fragorosi. Seduto accanto al direttore d’orchestra, le spalle rivolte ai presenti, il compositore sfogliava la partitura, materialmente inibito a sentire ciò che lui stesso aveva partorito. Dovettero costringerlo a voltarsi perché potesse constatare l’immenso successo riportato dalla sua opera.

Il 26 marzo 1827 cedette ai mali che lo tormentavano da tempo (gotta, reumatismi, cirrosi epatica): alzò il pugno al cielo, come vuole una famosa immagine romantica, e morì di idropisia. Il suo funerale fu fra i più colossali mai organizzati. L’intera città di Vienna era attonita. In un angolo, fra le orazioni funebri di Grillparzer e di eminenti esponenti della politica e della cultura, una figura anonima e meditabonda, avendo eletto il genio di Bonn a suo nume tutelare, osservava la scena: era Franz Schubert. Raggiungerà il nume l’anno dopo, a soli 31 anni, pretendendo di esservi sepolto accanto.

Disse Franz Grillparzer nell’orazione funebre: “Nel raccoglierci qui presso la tomba di quest’uomo che ci ha lasciati, noi siamo, per così dire i rappresentanti di un’intera nazione, del popolo tedesco riunito, in lutto per la scomparsa di un suo celebratissimo figlio, di quanto era rimasto del declinante splendore della nostra arte nativa, della fioritura spirituale della patria. In realtà ancora vive – e possa vivere a lungo! – l’eroe del canto in lingua tedesca [Goethe], ma l’ultimo grande Maestro, lo splendido portavoce dell’arte dei suoni colui che ereditò e dilatò la fama immortale di Händel e di Bach, di Mozart e di Haydn, ha concluso la sua esistenza, e noi, piangendo, siamo qui accanto alle corde spezzate dello strumento che ora tace. Dello strumento che ora tace! Lasciate che ne parli così. Perché egli era un artista, e quel che era, egli lo era soltanto in virtù della sua arte. Le spine della vita l’avevano ferito nel profondo, ma come il naufrago s’aggrappa alla riva, così egli si rifugiò tra le tue braccia, o sorella sublime del Bene e del Vero, consolatrice del dolore, Arte che scendi dall’alto. Saldo si tenne a te, e persino quando fu serrata la porta attraverso la quale entravi in lui e gli parlavi, quando divenne cieco alle tue fattezze, nel suo sordo orecchio, egli continuava a portare nel cuore la tua immagine, e anche sul letto di morte l’aveva nel petto. Fu un artista, e chi è in grado di stargli a pari?”.

Ma il lutto riguardò anche la gente semplice. Si narra che uno straniero che si trovò a passare di lì, stupendosi del grande schieramento di militari, cosa che era stata predisposta per mantenere l’ordine a causa dell’enorme afflusso di folla domandò ad una fruttivendola: “Che significa mai tutta questa gente e questi militari?”. La donna, che al momento lo fissò meravigliata, rispose poi con un riso beffardo: “Di sicuro è la prima volta che lei è a Vienna se no saprebbe bene che sono i funerali del primo dei musicisti!”.

Ludwig Van Beethoven fu probabilmente del più grande compositore di ogni tempo e luogo, un titano del pensiero musicale, i cui traguardi artistici si sono rivelati di portata incalcolabile. E forse, in alcuni momenti della sua opera, anche il termine musica appare riduttivo, là dove lo sforzo di trasfigurazione compiuto dal genio appare trascendere l’umano sentire.

società

La vera generosità non fa clamore

PizzAut è la prima pizzeria italiana gestita da ragazzi autistici. Si tratta di un’idea nata da Nico Acampora, educatore e a sua volta papà del piccolo Leo, affetto da autismo. Il progetto, partito nel 2017, prevede una catena di pizzerie interamente gestita da giovani affetti da autismo in tutta Italia. La prima avrebbe dovuto aprire, nei mesi scorsi, a Cassina de’ Pecchi, nel milanese, ma le vicende legate alla pandemia ne hanno ritardato l’inaugurazione. Tuttavia i ragazzi non si sono dati per vinti e, in attesa di avere il locale, hanno allestito un food-track mobile davanti alla sede della futura pizzeria, dove hanno iniziato a vendere le prime pizze, ovviamente da asporto.
E proprio a questo furgone si è presentato l’altra sera un dirigente della Eaton, una multinazionale statunitense che ha gli uffici italiani a poche centinaia di metri.
Questo dirigente, che ha voluto rimanere anonimo, al momento di pagare ha spontaneamente deciso di sborsare la somma di diecimila dollari, circa 8.200 euro.
Un gesto bellissimo e generoso, di quelli che riconciliano con la vita e che ha commosso i ragazzi impegnati sul furgone.
Soprattutto un gesto dotato di quella delicata sensibilità che deriva dall’anonimato.
Ben diverso dal tour in diretta Instagram compiuto da Fedez con la sua Lamborghini per donare a cinque persone ritenute in difficoltà mille euro ciascuno. Soldi peraltro non suoi, ma provenienti dalle offerte dei suoi fan sui canali social!
Una stretta sincera di mano – e non virtuale – al bravo e anonimo dirigente della Eaton.

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Piazza Fontana e la “intentona” di Borghese

12 dicembre 1969. Un venerdì pomeriggio. A Milano faceva freddo. Una tipica giornata dell’inverno meneghino di allora, con un’umidità che stringeva le ossa e una luce smarrita nel plumbeo di un cielo disadorno. Con l’aria inquinata e gelida che mordeva la gola.

A dispetto del grigiore del cielo l’atmosfera si ovattava di sensazioni dolci. Sant’Ambrogio era da poco trascorso e Natale si avvicinava in punta di piedi. In Piazza del Duomo i bambini passeggiavano avvolti in colorate sciarpe di lana, amorevolmente sferruzzate dalle nonne. Il profumo dei panettoni stuzzicava l’attesa.

Un Natale ancora semplice, pervaso dall’emozione della povertà che si avventurava in un benessere sobrio e non urlato. Con meno luminarie ma più aspettative. Con la semplicità dei piccoli presepi accovacciati nel muschio.

Nella adiacente Piazza Fontana la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura era ancora aperta e gremita di clienti, molti dei quali – a ragione del mercato del venerdì – provenivano da fuori Milano.

Verso le 16 e 30 i dipendenti osservavano l’orologio con il desiderio di chiudere la banca. Li attendeva il sabato durante il quale acquistare qualche piccolo regalo. Con la parsimonia di quegli anni, nei quali si pensava al futuro dei figli che dovevano studiare.

Ma per molti il futuro non arrivò.

Alle 16 e 37 un potente ordigno esplose nel salone centrale della banca. Si trattava di sette chili di tritolo, chiusi in una valigetta sistemata sotto un ampio tavolo al centro del locale. Gli effetti furono devastanti: il pavimento fu squarciato, formando un’autentica voragine: diciassette persone restarono uccise e altre ottantotto furono ferite. La fossa creatasi, secondo i testimoni, era piena di corpi mutilati che bruciavano.

Non fu l’unico attentato di quella giornata. Qualche minuto prima, infatti, un altro ordigno era stato rinvenuto nella vicina sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Tra le 16 e 55 e le 17 e 30, inoltre, altre tre esplosioni si verificarono a Roma: una, all’interno della Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio; altre due sull’Altare della Patria di piazza Venezia.

Una giornata terribile, che colpì al cuore il Paese, smarrito ed incredulo dinnanzi ad eventi che mai aveva sperimentato dalla fine della guerra.

Quel maledetto 12 dicembre prese il via il periodo più oscuro della storia italiana, caratterizzato da quella che venne definita “strategia della tensione”. Anni nei quali fu attaccata alle sue radici la democrazia, investita da una violenza mai sperimentata.

Quella di Piazza Fontana fu solo la prima di una infinita serie di stragi e attentati volti a scardinare l’ordinamento democratico: Piazza della Loggia, l’Italicus, la Questura di Milano, Peteano…. Sino all’orrore della Stazione ferroviaria di Bologna nel 1980.

Eventi terribili, ai quali si affiancò la defatigante serie di agguati e omicidi, con cadenza quasi quotidiana, commessi dalle Brigate Rosse e dai gruppi che le fiancheggiavano.

C’è un’altra data tuttavia che vorrei ricordare.

Si tratta del 7 dicembre 1970. Cinquant’anni fa.

Quella notte ebbe luogo il tentato colpo di stato organizzato da Junio Valerio Borghese. Un evento ormai scordato da tutti.

I pochi che ancora ricordano tendono a ritenerla una farsa da operetta messa in atto da quattro vecchi rimbambiti. Una versione simile a quella descritta da Mario Monicelli nel film satirico del 1973 “Vogliamo i colonnelli”, con Ugo Tognazzi maschera grottesca e ridicola.

In effetti un golpe organizzato con l’ausilio di 187 forestali ed alcune decine di estremisti poco credibile lo sembra davvero. Ma così non è.

La possibilità di un colpo di stato in Italia era stata telegrafata a Washington il 7 agosto 1970 dall’ambasciatore statunitense a Roma, Graham Martin. Martin non considerò l’operazione “Tora-Tora” (come venne definita in codice) un’iniziativa di vecchi idealisti.

Il Fronte Nazionale, organizzazione di estrema destra diretta dal Valerio Borghese, ricevette cospicui finanziamenti, nell’ordine di milardi di lire (che allora erano cifre impressionanti). Da chi? Non è mai stato accertato.

Il piano del golpe prevedeva l’occupazione del Ministero degli Interni, di quello della Difesa e della sede della Rai, insieme al rapimento del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e all’omicidio del capo della Polizia Angelo Vicari.

Al Viminale già dal pomeriggio, si erano insediati alcuni golpisti vestiti da operai.

Alle 22 e 30 giunsero davanti al ministero una cinquantina di estremisti di destra che entrarono nell’armeria, asportando i circa duecento mitra che vi erano custoditi. L’operazione fu favorita da alcuni emissari interni al ministero. Tra questi Salvatore Drago, uomo di Avanguardia nazionale, ma al tempo stesso legato al servizio segreto civile, alla mafia e alla loggia segreta P2, altrettanto attiva nel progetto eversivo. Le plurime appartenenze di Salvatore Drago sono lo specchio dell’articolazione nella quale si mosse questo tentativo.

Il colpo di Stato non fu portato a termine, perché Borghese ricevette una telefonata da qualcuno, sempre rimasto sconosciuto, che gli diede l’ordine di sospendere l’operazione.

Lo storico Aldo Giannuli dell’università di Milano ha recentemente dichiarato al Corriere della Sera: “il golpe Borghese non è stato capito e inquadrato correttamente: o è stato visto come una buffonata di quattro rimbambiti, oppure come un vero colpo di Stato fallito. La verità sta nel mezzo: le persone coinvolte erano tante, ma non bastavano per instaurare un regime militare. Ma è anche vero che fu determinante l’abilità politica di Giulio Andreotti nell’utilizzare il progetto di golpe per disfarsi di un fantasma, quello del colpo di Stato imminente, che aleggiava da tempo. Questo spettro servì anche ad ammansire il Pci e i sindacati su una serie di questioni, con una moral suasion del tipo «se non veniamo a patti non è detto che non ci riescano la prossima volta». Non a caso il Pci non chiese mai una inchiesta parlamentare sul golpe Borghese”. Gianuli sottolinea che comunque non fu una vicenda di poco conto: il rischio che si sparasse sulle strade e che ci scappasse qualche centinaio di morti è stato reale.

Furono in molti a individuare in Giulio Andreotti l’ispiratore del tentato colpo di stato, ma la cosa pare decisamente poco credibile. Andreotti fu solo abile, con la sua immensa e talora mefistofelica intelligenza, ad approfittarne. Del resto fu lui stesso a ricordare come in democrazia si fosse sempre trovato bene, al punto da essere presidente del Consiglio per sette volte e ministro di tutto. Perché quindi caldeggiare un colpo di Stato che avrebbe ridimensionato il suo potere?

Esiste un termine spagnolo per definire quanto accadde la notte del 7 dicembre 1970: è la parola “intentona”, ossia una specie di colpo di stato virtuale che serva da avvertimento.

Una notte, quella del 7 dicembre del 1970, rimasta avvolta dal mistero e ormai dimenticata.

Liquidata anche dalla Cassazione nel 1986, con una sentenza secondo la quale “La Corte ritiene che i clamorosi eventi della notte in argomento si siano concretati in un conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”.

Ben diverso il parere della CIA. Nei documenti recentemente desecretati si legge che il Dipartimento di Stato statunitense era perfettamente a conoscenza del tentativo di colpo di stato, ritenendo che il fallimento fu imputabile essenzialmente al rifiuto dei Carabinieri di aderire al progetto.

La CIA attribuì al Vaticano il ruolo decisivo nel bloccare l’operazione eversiva.

E’ importante oggi ricordare la strage di Piazza Fontana, per la sua efferatezza.

Ma altrettanto importante è rammentare la notte del 7 dicembre di cinquant’anni fa.

Per tener ben a mente quanto sia fragile la democrazia e come quella dell’uomo forte sia una tragica evocazione, dal cui pertugio si materializzano ogni sorta di mostri in grado di annientare la libertà.

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Rao: ragazza dell’anno

Si chiama Gitanjali Rao, ha soli 15 anni ed entra nella storia come prima persona a finire sulla copertina della celebre rivista “Time” come “Kid of the year”. La storica pubblicazione americana ha infatti scelto lei per l’importante ed inedito riconoscimento.

Dal 1927 TIME dedica il suo ultimo numero alla Persona dell’anno (“Person of the Year”), cioè la persona considerata più significativa e influente dei 12 mesi passati. Quest’anno ha introdotto un nuovo riconoscimento, quello al “Kid of the Year”, che è dedicato ai più giovani

Rao, a cui è andato il premio, utilizza la ricerca scientifica e l’intelligenza artificiale per risolvere i problemi della vita quotidiana, dal bullismo online alla contaminazione dell’acqua.

Intervistata da Angelina Jolie, Rao ha dichiarato: “La nostra generazione sta affrontando così tanti problemi come non abbiamo mai visto prima. Ma allo stesso tempo dobbiamo affrontare vecchi problemi che ancora esistono. Ad esempio, siamo seduti qui nel mezzo di una nuova pandemia globale, e siamo ancora a dover affrontare i problemi dei diritti umani. Ci sono problematiche che non abbiamo creato ma che ora dobbiamo risolvere, come il cambiamento climatico e il cyberbullismo”.

Complimenti Rao: contribuisci a migliorare il mondo!